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Ma chi cazzo è Bon Jovi?

gennaio 2, 2015

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Sono una classe ’81, e se anche tu avevi nove anni nel 1990, ti ricorderai sicuramente della sigla che la Rai mandava in onda per i Mondiali di calcio italiani, dove la dorata e tonda coppa ruotava in primo piano su di uno sfondo blu.. Io me la ricordo così, magari mi sbaglio.
E la musica in sottofondo era “I want it all” dei Queen.

Quella chitarra distorta mi gasava, volevo sentirla, sempre.
Credo proprio che questo sia il primo approccio alla musica. La mia.

Chissà quanti mesi dopo, in occasione del Natale, mio padre regalò in ordine ai tre figli questi dischi (sì, gli LP, i CD erano ancora robe da ricchi):
Il fratello maggiore ricevette “Dangerous” di Michael Jackson.
Io ricevetti “New Jersey” di un fin lì sconosciuto Bon Jovi.
Il mio gemello fu il più fortunato… “The miracle” dei Queen, e quando lessi la playlist e vidi “I want it all” morii di invidia.

Il mio primo possesso musicale era quindi “New Jersey”.
Ma chi cazzo è Bon Jovi?,
pensai.

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Pazientemente cercai di farmelo piacere e devo dire che quella dannata “Bad Madicine” entrava nel cervello e aiutò molto.
Da lì non mi sono più fermato. Ore e ore di musica consumate e vita riempita di novità.

Adesso non riuscirei a collocare temporalmente i miei ricordi, ma più o meno in quei tempi girava in casa una VHS di un concerto a Mosca di Zucchero (“Live in Kremlin” credo).

Ricordo molto bene un pezzo nel quale quel tossico del Fornaciari in ginocchioni seguiva e sbavava su di un assolo lungo e incredibilmente bello del chitarrista.

Lì mi innamorai della chitarra, quella elettrica ovviamente.

Imparai a suonarla, mai troppo bene, e il maestro più importante, manco a dirlo, fu Jimi Hendrix. Sua maestà Jimi Hendrix.

Ecco, apriamo una piccola parentesi.
Jimi Hendrix è l’unico che dopo 25 anni di storia musicale non ho mai e poi mai abbandonato.
Lui è veramente il mio punto fisso.

A 14 anni mi comprai una Stratocaster (made in USA mica Messicana!) proprio perché era la Sua chitarra.
E con la chitarra elettrica fra le mani, in quei tempi non potevi sfuggire al doppio disco dei Guns “Use your illusion – I e II”.

Se gli appassionati di musica italiana strimpellavano Battisti io me ne fregavo, e arpeggiavo “Don’t Cry” o chissà cosa aswanghenawenabile (e chi lo conosceva l’inglese in quei tempi!).

Si affacciarono i Nirvana: cazzo, l’impatto era tipo quello dei Beatles degli anni dei fiori! Pogare con “Smells” era un must per tutti. Una periodo di dieci anni forse, le cassette si consumarono, i cd custoditi con cura e le spalle indolenzite.
Ricordo che la professoressa di inglese delle medie ci disse che quel titolo così lungo e difficile da pronunciare non significava nulla, chissà come mai…

Comprimendo i periodi musicali, dopo arrivò il metal dei Metallica e dei Megadeath, così come il power metal dei Pantera.

Nel frattempo che il mio primo gruppo rock Thunder Crash era nato, le influenze le si sentivano nei pezzi più duri da me mai scritti con la chitarra (come “FS”, la canzone sui treni – l’acronimo stava per Fuckin’ station, o “Seledet”).
I capelli ovviamente si allungarono e si aprì la strada del pizzo cattivo e indemoniato. Cose simpatiche a pensarci ora!

Dopo il power arrivò il progressive, ma il solo che ascoltavo era quello dei Dream Theater, dei Liquid Tension e dei Primus.

Tornai al rock più classico abbastanza velocemente, lasciando da parte qui virtuosismi freddi e senz’amore e mi concentrai sui Rubik3, l’altro e più importante gruppo di cui feci parte fino al 2006.
Bestemmierò dicendo che in quei tempi ascoltando tantissimo i Pink Floyd, inevitabilmente alcune cose volevo gli assomigliassero, ma eravamo i Rubik3, quelli del “Rock Geometrico”, come disse qualcuno; mille sfaccettature e mille stili diversi… Perché eravamo in cinque, e tutti ascoltavano la stessa roba, ma soprattutto, tutti roba diversa.

Ecco in quel periodo ciò che influenzò di più la mia musica furono i Radiohead.
Forse solo Jimi Hendrix supera la loro importanza e presenza dentro le mie orecchie.
Ho sempre amato il loro dinamismo, la loro voglia di rinnovarsi di essere fuori dal mainstream o esserne partecipi in punta di piedi.
Difficile dire se ci sia al tempo una rock band più importante per il decennio scorso.
Ora sono così intimi e autoreferenziali che per me è davvero difficile ascoltarli come una volta (forse perché ci sono sempre meno chitarre e sempre più bottoni elettronici?)

Oggi:
sono un appassionato di band islandesi/scandinave che campionano i rumori più strani, tipo quello delle renne mentre copulano, e che ascoltano altri quattro nerd musicali nel mondo da almeno quindici anni, da quando la mia deriva metal è finita in uno scoglio e non si è più disincagliata, da quando i membri di Thom Yorke non sono più i Radiohead ma appunto musicisti dello strabico. Da quando i Pink Floyd, i Pearl Jam e Jimi sono “solo” punti di riferimento evergreen e incancellabili.

Ascolto di tutto, ma l’indie è la mia vera passione. Non molto dettagliata, ma si difende bene.
E se devo fare proprio dei nomi e metterli al quarto posto dopo nella mia playlist di vita, beh gli Arcade Fire si beccano la medaglia di legno.
Esiste nella contemporaneità una band più importante e bella di questa? Secondo me no.
Insomma ogni singolo disco (sono quattro in tutto) è una stella bellissima, con dei pezzi che per me sono già nella storia (“Wake up”“Neighborhood” su tutti e tanti).
Reflektor” è un disco difficile, ma è un capolavoro. Se dovessi iniziare qualcuno agli Arcade non sarebbe certo questo il disco da cui farli partire, ma sicuramente col tempo si apprezza e si affina come un vino buono, fidatevi.

Ora vedremo cosa succederà.
Magari invecchiando inizierò a stupirmi con la lirica o chissà cosa visto che mi piace un sacco Einaudi o le aperture classiche alla Hanz Zimmer; non lo vedo così assurdo.

Il rock è la mia religione, perché mi da sollievo come una preghiera.
Comunque accontenta ogni vostro stato d’animo.
Concentrarsi sulla musica fa bene allo spirito.
Fatelo e ascoltatene tanta.

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Luglio di concerti/ parte 3 di 4: ROGER WATERS

luglio 29, 2013

Muse (6 lug.) / Kings of convenience (24 lug.) / Roger Waters (28 lug.) / Blur (29 lug.)

Terza tappa del luglio rock a Roma; ROGER WATERS allo Stadio Olimpico.

Le parole non servono, farebbero solo confusione.
In assoluto IL CONCERTO più importante della mia vita. Adesso posso pure morire.
Non ho veramente parole per esprimere il gusto provato ieri nelle due ore di The Wall con Roger Waters a cantare come ieri pezzi storici del rock.
Che scenografie ragazzi. Non sapevi dove guardare!
I primi minuti mi sentivo rincoglionito del tutto. Non credevo fosse possile uno stato d’animo così (adesso capisco le ragazzine piangenti dai Beatles…)
Aerei schiantarsi nel palco, maiale volante, gonfiabili giganti svolazzare come marionette, luci, colori, suono perfetto. MAI VISTO NIENTE DI SIMILE!
Godetevi le foto; per quanto poco definite, si avvicinano un po’ a quello che è stato… ma solo un po’ così.

Ho visto cose incredibili.
Ho visto quanto più Pink Floyd possibile.
I concerti non saranno mai più come prima. Adesso posso pure morire

Presto metterò dei video spero; anche quelli vale la pena

The red side of the moon

giugno 15, 2011

Oggi la luna è stata per un po’ rossa.

L’eclissi lunare…

E mentre in tanti cercavamo di catturarla nel suo imbarazzo con foto e filmati, sicuro che in molti ascoltavamo lo stesso disco, The dark side of the moon dei Pink Floyd, che stasera ci stava proprio bene… scelta perfetta.
Sembra proprio un album scritto apposta per mettersi a suo agio sotto il cono di luce lunare.

Era proprio molto bella la Luna stasera!
Soprattutto verso 22:14, quando il rossore da eclissi ha fatto spazio alla barchetta di luce bianca, e della buonissima musica ad accompagnare non faceva che bene, non faceva che esaltare ancor più le sue doti di prima donna.

Un punto bianco, poi pian piano tutta la falce.
Nel frattempo The great gig in the sky era finita…

E luna sia.

Sulla Musica oggi: parte 2

gennaio 15, 2011

Sto scrivendo questo post ascoltando Shine on you crazy diamond… spero la conosciate.
È un pezzo epico, di uno dei gruppi che più amo, i Pink Floyd, contenuto nell’album Wish you were here del 1975, traccia numero 1.
Bene.

Ora:
Sto scrivendo questo post per portarvi alla luce una mia idea, già in parte elaborata in questo link.

La traccia dura la bellezza di 13minuti e 30 secondi , roba impossibile per i canoni moderni, per di più il pezzo cantato inizia solo dopo esattamente 8’42”.

Era il 1975. La Musica ancora si ascoltava
Oggi, nel 2011, la Musica la si può solo
veder suonare

Non c’è più la pazienza di una volta…

Quei primi 8’42” rappresentano forse uno dei più bei pezzi rock mai scritti, senza chissà quali arrangiamenti o quant’altro.
Base di basso e batteria, assoli di chitarra e tastiera. Tutto qui

Eppure… eppure non ci bastano più

Ora ci vogliono per forza orchestrazioni spaventose e rappresentazioni shockanti per riuscire a colpire.
E non si dica che la colpa e solo loro, dei produttori e dei nuovi artisti.
La colpa è anche nostra, ormai non più in grado, perché impigriti, di ascoltare un pezzo, dall’inizio alla fine.
Dite la verità, quante volte ormai skippate la canzone del vostro iPod perché non vi piace e passate alla successiva senza rimorsi?

Una volta era diverso. Una volta c’era addirittura uno sforzo fisico; dopo 5 o 6 pezzi dovevi alzarti, pigiare il bottone del braccetto del disco, girare il lato del vinile e far ripartire gli altri 6 pezzi. Così valeva per la cassetta.
Poi arrivo il cd. E già non dovevi più alzarti.
Poi arrivarono i cd con gli mp3, e in un singolo supporto avevi più o meno un centinaio di canzoni di bassa fedeltà sonora.
Poi arrivò nostro signore Steve, che ci inventò l’iPod, in grado di farci ascoltare Musica per ore, senza alzarsi, senza dover muovere dito.
(attualmente la mia libreria iTunes potrebbe suonare ininterrottamente per 43,6 giorni consecutivi senza mai fermarsi… GIURO! è così)

Era, se non sbaglio, il 2001 e alla crescente quantità di canzoni nel supporto cresceva anche la nostra pigrizia, mentale e fisica, che portava al concetto di Musica fruita che abbiamo attualmente.
I pezzi durano un tot per far si che la radio li suoni, i pezzi hanno linee melodiche per far si che la genti non si sforzi di capirli, gli artisti sono a scadenza per far si che la genti non ci si affezioni, altrimenti non venderanno più.

Ecco a cosa è ridotta la Musica: deve entrarci nel cervello subito, senza sforzi e passioni, poi se ne va, e passa la mano al pezzo/artista successivo.

Non voglio insegnare niente con questo post, voglio solo dirvi che io cerco spesso appigli a vecchi artisti, canzoni, passioni.
Lo faccio per amore nei confronti della Vecchia Signora Musica, perché se c’è una ragione per cui da piccolo quei primi 8 minuti erano una noia spaventosa mentre ora rappresentano un nirvana dei sensi è solo perché ho acceso il cervello ed ho finalmente compreso ciò che voleva dirmi la Vecchia Signora.

Buon ascolto e buona Musica.

Addio a Richard Wright

settembre 16, 2008

Diffficile scrivere qualcosa di poco retorico in questi momenti, spero solo che chi come me è cresciuto con la musica fra le fette di pane e nutella abbia percepito il dolore di una tale perdita.

È morto Richard Wright, storico tastierista nonchè cofondatore dei Pink Floyd, una di quelle band che più mi ha segnato negli anni e che continua a farlo nel tempo.
Se ne è andato in silenzio e troppo presto, e il dolore degli amanti della musica vera è tanto.

Fermo qui allora le mie parole e dedico il mio più sincero saluto e rispetto ad uno di quelli che la musica la faceva davvero.
Addio Richard, sicuramente quest’eco è the great gig in the sky, il tuo gig… perchè te lo meriti!

e i Pink Floyd? mi piace ricordarli così…