Ma chi cazzo è Bon Jovi?

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Sono una classe ’81, e se anche tu avevi nove anni nel 1990, ti ricorderai sicuramente della sigla che la Rai mandava in onda per i Mondiali di calcio italiani, dove la dorata e tonda coppa ruotava in primo piano su di uno sfondo blu.. Io me la ricordo così, magari mi sbaglio.
E la musica in sottofondo era “I want it all” dei Queen.

Quella chitarra distorta mi gasava, volevo sentirla, sempre.
Credo proprio che questo sia il primo approccio alla musica. La mia.

Chissà quanti mesi dopo, in occasione del Natale, mio padre regalò in ordine ai tre figli questi dischi (sì, gli LP, i CD erano ancora robe da ricchi):
Il fratello maggiore ricevette “Dangerous” di Michael Jackson.
Io ricevetti “New Jersey” di un fin lì sconosciuto Bon Jovi.
Il mio gemello fu il più fortunato… “The miracle” dei Queen, e quando lessi la playlist e vidi “I want it all” morii di invidia.

Il mio primo possesso musicale era quindi “New Jersey”.
Ma chi cazzo è Bon Jovi?,
pensai.

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Pazientemente cercai di farmelo piacere e devo dire che quella dannata “Bad Madicine” entrava nel cervello e aiutò molto.
Da lì non mi sono più fermato. Ore e ore di musica consumate e vita riempita di novità.

Adesso non riuscirei a collocare temporalmente i miei ricordi, ma più o meno in quei tempi girava in casa una VHS di un concerto a Mosca di Zucchero (“Live in Kremlin” credo).

Ricordo molto bene un pezzo nel quale quel tossico del Fornaciari in ginocchioni seguiva e sbavava su di un assolo lungo e incredibilmente bello del chitarrista.

Lì mi innamorai della chitarra, quella elettrica ovviamente.

Imparai a suonarla, mai troppo bene, e il maestro più importante, manco a dirlo, fu Jimi Hendrix. Sua maestà Jimi Hendrix.

Ecco, apriamo una piccola parentesi.
Jimi Hendrix è l’unico che dopo 25 anni di storia musicale non ho mai e poi mai abbandonato.
Lui è veramente il mio punto fisso.

A 14 anni mi comprai una Stratocaster (made in USA mica Messicana!) proprio perché era la Sua chitarra.
E con la chitarra elettrica fra le mani, in quei tempi non potevi sfuggire al doppio disco dei Guns “Use your illusion – I e II”.

Se gli appassionati di musica italiana strimpellavano Battisti io me ne fregavo, e arpeggiavo “Don’t Cry” o chissà cosa aswanghenawenabile (e chi lo conosceva l’inglese in quei tempi!).

Si affacciarono i Nirvana: cazzo, l’impatto era tipo quello dei Beatles degli anni dei fiori! Pogare con “Smells” era un must per tutti. Una periodo di dieci anni forse, le cassette si consumarono, i cd custoditi con cura e le spalle indolenzite.
Ricordo che la professoressa di inglese delle medie ci disse che quel titolo così lungo e difficile da pronunciare non significava nulla, chissà come mai…

Comprimendo i periodi musicali, dopo arrivò il metal dei Metallica e dei Megadeath, così come il power metal dei Pantera.

Nel frattempo che il mio primo gruppo rock Thunder Crash era nato, le influenze le si sentivano nei pezzi più duri da me mai scritti con la chitarra (come “FS”, la canzone sui treni – l’acronimo stava per Fuckin’ station, o “Seledet”).
I capelli ovviamente si allungarono e si aprì la strada del pizzo cattivo e indemoniato. Cose simpatiche a pensarci ora!

Dopo il power arrivò il progressive, ma il solo che ascoltavo era quello dei Dream Theater, dei Liquid Tension e dei Primus.

Tornai al rock più classico abbastanza velocemente, lasciando da parte qui virtuosismi freddi e senz’amore e mi concentrai sui Rubik3, l’altro e più importante gruppo di cui feci parte fino al 2006.
Bestemmierò dicendo che in quei tempi ascoltando tantissimo i Pink Floyd, inevitabilmente alcune cose volevo gli assomigliassero, ma eravamo i Rubik3, quelli del “Rock Geometrico”, come disse qualcuno; mille sfaccettature e mille stili diversi… Perché eravamo in cinque, e tutti ascoltavano la stessa roba, ma soprattutto, tutti roba diversa.

Ecco in quel periodo ciò che influenzò di più la mia musica furono i Radiohead.
Forse solo Jimi Hendrix supera la loro importanza e presenza dentro le mie orecchie.
Ho sempre amato il loro dinamismo, la loro voglia di rinnovarsi di essere fuori dal mainstream o esserne partecipi in punta di piedi.
Difficile dire se ci sia al tempo una rock band più importante per il decennio scorso.
Ora sono così intimi e autoreferenziali che per me è davvero difficile ascoltarli come una volta (forse perché ci sono sempre meno chitarre e sempre più bottoni elettronici?)

Oggi:
sono un appassionato di band islandesi/scandinave che campionano i rumori più strani, tipo quello delle renne mentre copulano, e che ascoltano altri quattro nerd musicali nel mondo da almeno quindici anni, da quando la mia deriva metal è finita in uno scoglio e non si è più disincagliata, da quando i membri di Thom Yorke non sono più i Radiohead ma appunto musicisti dello strabico. Da quando i Pink Floyd, i Pearl Jam e Jimi sono “solo” punti di riferimento evergreen e incancellabili.

Ascolto di tutto, ma l’indie è la mia vera passione. Non molto dettagliata, ma si difende bene.
E se devo fare proprio dei nomi e metterli al quarto posto dopo nella mia playlist di vita, beh gli Arcade Fire si beccano la medaglia di legno.
Esiste nella contemporaneità una band più importante e bella di questa? Secondo me no.
Insomma ogni singolo disco (sono quattro in tutto) è una stella bellissima, con dei pezzi che per me sono già nella storia (“Wake up”“Neighborhood” su tutti e tanti).
Reflektor” è un disco difficile, ma è un capolavoro. Se dovessi iniziare qualcuno agli Arcade non sarebbe certo questo il disco da cui farli partire, ma sicuramente col tempo si apprezza e si affina come un vino buono, fidatevi.

Ora vedremo cosa succederà.
Magari invecchiando inizierò a stupirmi con la lirica o chissà cosa visto che mi piace un sacco Einaudi o le aperture classiche alla Hanz Zimmer; non lo vedo così assurdo.

Il rock è la mia religione, perché mi da sollievo come una preghiera.
Comunque accontenta ogni vostro stato d’animo.
Concentrarsi sulla musica fa bene allo spirito.
Fatelo e ascoltatene tanta.

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